La decretazione d'urgenza al tempo della pandemia aumenta le diseguaglianze
Problematiche sociali  |  27 Marzo 2021 22:35  |  Visite all'articolo:1480  |  A+ | a-
La Costituzione italiana
La Costituzione italiana
*di Matteo Impagnatiello
Al tempo del coronavirus, la decretazione d’urgenza pare aver dimenticato l’esistenza dell’articolo 3 della Costituzione, quello che può essere denominato il “cuore della Costituzione”. La Corte Costituzionale, infatti, parla di “principio generale che condiziona tutto l’ordinamento nella sua obiettiva struttura” e che deve essere ammesso come condizione imprescindibile per lo sviluppo dell’essere umano.
Questo articolo rappresenta sia il fondamento dello Stato di diritto (prima comma) sia dello Stato sociale ed interventista (secondo comma). Voglio focalizzare l’attenzione sul secondo comma del medesimo articolo, il quale, dando atto delle disuguaglianze cui di fatto porta la “libertà economica” peculiare dello Stato liberale, introduce un concetto solidale  di “disparità di trattamento giuridico” per quei soggetti socialmente ed economicamente più fragili, cui lo Stato deve rispondere con misure positive per rafforzare le pari opportunità. Inoltre, l’articolo 3 stabilisce il principio di ragionevolezza, che sancisce termini equi di convivenza per favorire i membri della società più svantaggiati assegnando allo Stato l’onere di rimuovere gli ostacoli economici ogni volta che gli stessi bloccano il pieno sviluppo della persona.
E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, così recita il comma 2 dell’articolo 3 Cost.
Al tempo del Covid-19, l’attività normativa di tutti e tre gli Esecutivi succedutisi (il Conte I, II e l’attuale Governo con il presidente del Consiglio Mario Draghi) ha visto uno sciame di Decreti-legge e DPCM. Citerò volutamente ognuno di essi per dare conto della moltitudine di Decreti-legge e Dpcm emanati, un numero abnorme che ha fatto venire meno la condivisione plurale degli atti, non solamente inerente all’iter parlamentare, ma anche con le parti sociali, minando i presupposti democratici dei provvedimenti normativi.
Il 23 febbraio 2020 il Consiglio dei ministri emana il Decreto-legge n. 6, che sancisce la chiusura totale dei comuni con focolai attivi e la sospensione di manifestazioni ed eventi sugli stessi comuni; nei giorni successivi, il Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte emana una serie di decreti attuativi (DPCM) in cui le misure di restrizione si fanno progressivamente più ferree ed estese via via all'intero territorio nazionale: DPCM del 25 febbraio, del 1º, 4, 8, 11 e 22 marzo e del 1º, 10 e 26 aprile e del 16 maggio. Poi si riprende con il Decreto-legge n. 125 del 7 ottobre e i DPCM del 13, 18 e 24 ottobre, DPCM del 3 novembre 2020, il Decreto-legge n. 158 del 2 dicembre 2020, il DPCM 3 dicembre 2020, il Decreto-legge n. 172 del 18 dicembre 2020, il Decreto-legge n. 1 del 5 gennaio 2021 e il DPCM 14 gennaio 2021. Ancora, il Decreto-legge n. 2 del 14 gennaio 2021, il DPCM del 2 marzo 2021. Il Consiglio dei Ministri n.7  approva il Decreto-legge 13 marzo 2021, n. 30.                            
Il Paese è dunque governato con la decretazione d’urgenza e, in un anno, il Parlamento non è intervenuto, anche in sede deliberante, ad approvare una legge che regoli l’emergenza.
DPCM: cos’è? Pare opportuna una breve introduzione sul loro fondamento. Il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM) è un atto non disciplinato da disposizioni normative univoche e rientranti nel quadro di una regolazione organica e compiuta. In via generale si può ritenere il decreto in esame un provvedimento che assume tale forma per conferire certezza legale alla manifestazione di volontà di un soggetto, il PDCM, investito di pubblica funzione, attuata nell’esercizio di essa e nei casi e per i fini disciplinati dalle norme dell’ordinamento. All’interrogativo che è stato sollevato sull’esatta configurazione del regolamento posto in essere dal Presidente del Consiglio con proprio decreto, a causa del silenzio della legge ordinaria dello Stato 23 agosto 1988 n. 400, che, disciplinando il potere regolamentare del Governo e dei suoi organi, enumera solo il regolamento governativo, il regolamento ministeriale e il regolamento interministeriale, è stato replicato che la legge n.400/1988, essendo una fonte a portata generale, è derogabile da leggi particolari come quelle che prestano fondamento al potere regolamentare del Presidente del Consiglio; che l’enumerazione fatta dall’articolo 17 della legge n. 400/1988 non può nemmeno con certezza ritenersi tassativa; che il potere regolamentare del Presidente del Consiglio è materialmente del tipo ministeriale. L’articolo 2 della legge ordinaria dello Stato 12 gennaio 1991, numero 13 dispone che gli atti, diversi da quelli enumerati nell’articolo 1 della stessa legge e per l’adozione dei quali è prescritta la forma del decreto del Presidente della Repubblica, tra i quali rientrano ad esempio i regolamenti, se non è prevista la deliberazione del Consiglio dei ministri, devono essere emanati con decreto del Presidente del Consiglio, se posti in essere su proposta dello stesso Presidente, o di due o più Ministri.
Dopo aver brevemente delineato il DPCM, possiamo riprendere il discorso, ripartendo dalla domanda: intanto, cosa è accaduto all’economia in Italia? Da una lettura dei dati disponibili, si riscontra che la crisi sanitaria legata al Covid 19 è diventata anche crisi economica. La recessione indotta dalla pandemia è la più grave della storia italiana contemporanea in tempo di pace. Nel primo semestre 2020 il PIL è risultato del 12 per cento inferiore al medesimo periodo del 2019. In aprile 2020 la produzione industriale era di oltre il 40 per cento inferiore al livello di inizio anno. Per quanto riguarda i dati sull'occupazione, tra febbraio 2019 e giugno 2020, circa mezzo milione di lavoratori ha perso il proprio posto di lavoro, nonostante lo stop ai licenziamenti ancora in vigore. Un primo segnale di ripresa è stato registrato a partire da luglio 2020. A novembre 2020 si contano però 432.000 occupati totali in meno rispetto allo stesso periodo del 2019. Sono in aumento i suicidi per motivi economici. Ciò è dato dalla situazione legata al Covid, ma non solo. La pandemia è iniziata in una situazione dove già c’era una crisi economica in atto, creando maggiori problemi alle persone, alle aziende e alle imprese. In tale fase stiamo assistendo ad una situazione in cui non soltanto le imprese, ma anche le famiglie vivono una condizione di sovra-indebitamento. I suicidi aumentano per questo motivo e poi si registra un aumento anche di casi di depressione. Spesso i sintomi depressivi possono creare le condizioni che aumentano il rischio suicidario. Inoltre, in Italia, le ultime stime della Commissione europea si attestano su un Pil in caduta libera del 9-10%.
La disuguaglianza sostanziale si è accentuata anche grazie al fenomeno imperante della globalizzazione. La decretazione d’urgenza, di cui sopra, susseguitasi durante l’intero corso della crisi sanitaria, che tiene tuttora sotto scacco la Penisola, non considerando i principi suesposti contenuti nell’articolo 3 della Costituzione, ha prodotto disuguaglianza sociale. Possiamo, quindi, affermare che la decretazione d’urgenza dei tre Esecutivi non ha rispettato i dettami costituzionali (in modo particolare l’articolo 3 Cost.), adottando misure ad efficacia differita: ecco la risposta al perché ci ritroviamo di fronte ad una realtà di forte disuguaglianza sostanziale geografica, sociale ed economica. E’ evidente che la dignità sociale e l’uguaglianza del cittadino davanti alla legge, come recita l’articolo 3 Cost., non sono tutelati dalla decretazione d’urgenza.

 
*Matteo Pio Impagnatiello
(componente del Comitato Scientifico Unidolomiti)

 
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